Foto Mosse non è un disco che prova a farsi amare subito, e forse questa è una delle sue qualità più interessanti. Non arriva con l’aria del grande ritorno costruito a tavolino, non cerca continuamente il ritornello da piazzare ovunque, non sembra nemmeno troppo preoccupato di risultare perfetto. Anzi, a tratti dà proprio l’impressione opposta: quella di un album che accetta di restare un po’ irregolare, non sempre lucidissimo, non sempre risolto. E dentro questa imperfezione, più che Arisa, viene fuori Rosalba. Non la cantante televisiva, non la voce riconoscibile che tutti associano immediatamente a un certo modo di stare sul palco, ma la donna che a un certo punto si ferma e prova a capire che cosa le è rimasto addosso dopo gli amori, le attese, le delusioni, le illusioni raccontate forse troppe volte come se fossero destinate per forza a diventare realtà. Il titolo è azzeccato perché non promette nitidezza: una foto mossa non è una fotografia sbagliata, è una fotografia presa mentre qualcosa si muoveva troppo in fretta, o mentre la mano tremava un po’. E questo disco sembra nascere proprio da lì, da una mano che non vuole più fingere di essere fermissima. Musicalmente Foto Mosse si muove in un pop elegante, spesso controllato, con arrangiamenti che cercano più l’atmosfera che il colpo di teatro. In alcuni momenti questa scelta funziona molto bene, perché lascia spazio alla voce e al racconto; in altri, però, si ha quasi la sensazione che il disco avrebbe potuto sporcarsi ancora di più, rischiare qualcosa in più, lasciarsi andare senza la paura di tenere tutto al proprio posto. È come se Rosalba volesse aprire una stanza molto privata, ma ogni tanto qualcuno rimettesse le sedie in ordine prima che noi potessimo vedere davvero il disordine. Detto questo, proprio quel contrasto tra controllo e fragilità diventa parte del fascino dell’album. La voce di Arisa non ha bisogno di dimostrare nulla, e infatti qui sembra meno interessata alla prestazione pura. Canta benissimo, certo, ma il punto non è più soltanto “quanto è brava”. Il punto è cosa lascia filtrare mentre canta. In Magica Favola, per esempio, c’è una luminosità che non suona più ingenua come avrebbe potuto sembrare anni fa: è una favola guardata da adulta, con la consapevolezza che le favole servono, ma non sempre salvano. Il tuo profumo lavora invece su una memoria più fisica, quasi istintiva: non racconta soltanto una mancanza, ma quella cosa molto concreta che succede quando una persona non c’è più eppure continua a occupare spazio attraverso un dettaglio, un odore, una traccia. È lì che l’amore smette di essere cartolina e diventa residuo, qualcosa che resta anche quando non vorresti. In Amore universale emerge forse uno dei nodi più adulti del disco: l’idea che amare non possa voler dire annullarsi. Non c’è la ragazza che si butta dentro il sentimento come se bastasse crederci forte; c’è una donna che comincia a fare i conti con il prezzo di certe dedizioni, con il confine sottile tra generosità e perdita di sé. Atomi, invece, ha qualcosa di più instabile, più nervoso: sembra raccontare quell’attrazione che continua a muovere tutto anche quando la testa avrebbe già preparato la sentenza. Ed è interessante perché il brano non cerca di mettere ordine nella contraddizione, la lascia lì, viva, un po’ scomoda. Anche Lonely boy contribuisce a questo senso di distanza: non è solo la solitudine di qualcuno che viene guardato da fuori, ma anche quella di chi guarda e capisce che stare vicini non significa necessariamente incontrarsi davvero. Poi ci sono titoli come Nuvole o Arrivederci, che già nelle immagini suggeriscono passaggio, distacco, qualcosa che cambia forma o che bisogna lasciare andare. Il disco, è composto da 15 tracce dove Arisa passa la penna a Rosalba che per la maggior parte dei brani ne determina la forza, nel complesso, non racconta tanto una storia lineare quanto una serie di stati d’animo che si inseguono. Non sempre tutti arrivano con la stessa forza, e questa è una cosa da dire: qualche passaggio sembra più elegante che necessario, qualche scelta produttiva pare voler proteggere troppo la ferita invece di mostrarla completamente. Però sarebbe ingiusto chiedere a Foto Mosse di essere un album urlato o apertamente drammatico. La sua natura è un’altra. È un disco di mezze luci, di pensieri che non si chiudono, di frasi che sembrano dette più allo specchio che a un interlocutore preciso. E qui sta la sua verità: Rosalba non sta cercando di convincerci di essere rinata, guarita, invincibile. Per fortuna, aggiungerei. Di dischi pieni di rinascite muscolari ne abbiamo anche abbastanza. Qui c’è qualcosa di più interessante: una persona che ammette, magari senza dirlo frontalmente, che alcune speranze non erano bugie, ma erano incomplete. Che certe promesse d’amore non crollano sempre facendo rumore; a volte semplicemente si consumano, e quando te ne accorgi non hai nemmeno più voglia di fare una scenata. Ti resta solo da capire chi sei diventata nel frattempo. È per questo che il centro dell’album, almeno per me, non è Arisa come personaggio pop, ma Rosalba come donna che si osserva senza troppa indulgenza. Non si assolve del tutto, non si condanna del tutto. Si guarda. E già questo, oggi, non è poco. Foto Mosse probabilmente non sarà ricordato come il suo disco più immediato o più radiofonico, e forse nemmeno come il più compatto. Ma ha una qualità che molti album più perfetti non hanno: dà la sensazione di essere necessario per chi lo ha fatto. Non sembra scritto per occupare uno spazio, ma per liberarne uno. E allora anche i suoi limiti diventano parte del racconto. Perché, in fondo, una foto mossa può non essere bella nel senso classico, può non finire appesa in salotto, può avere i bordi incerti e il soggetto appena fuori fuoco. Però a volte è proprio quella che ti restituisce meglio il momento. E in questo disco Rosalba non posa: passa davanti all’obiettivo mentre sta ancora cercando di capirsi. Forse è per questo che, alla fine, è facile ritrovarcisi.
A cura di Andrea Berfio